Emanuele Coccia. Natura e metamorfosi

Con il contributo di Emanuele Coccia, uno tra i filosofi più importanti del momento, si aprono nuovi interrogativi sul modo in cui l’essere umano debba pensarsi e collocarsi nel mondo, una volta presa coscienza, come la realtà ci rivela giorno per giorno, dei limiti del rapporto tra uomo e natura per come impostato e consumato fino al giorno d’oggi.

Per Goethe il regno vegetale è il luogo in cui si assiste all’intrecciarsi indissolubile tra vita e forma. Con tale postura filosofica il letterato tedesco va fuori dal canone della filosofia occidentale. Non sono molti, infatti, i filosofi che hanno dato attenzione al mondo vegetale, ma si è per lo più raffrontato l’essere umano agli animali, avendo cura di assumere il primo quale forma di vita superiore.

Il filosofo Coccia riprende il filo carsico di questo pensiero interrotto e fa avanzare la ricerca dell’intreccio tra forma e vita verso esiti connessi al nostro contemporaneo, opponendosi innanzitutto all’idea filosofica prevalente che la forma sia precisamente ciò che non muta, cioè che offre all'uomo la possibilità di avere una conoscenza salda.

Il ribaltamento del punto di vista dell’Umanesimo avviene per Coccia proprio attraverso il mondo delle piante. La vita vegetale, infatti, si presenta come la vita nella sua esposizione integrale, in continuità assoluta e in comunione globale con l’ambiente. Le piante sono esseri di pura superficie che aderiscono costitutivamente al mondo: la loro assenza di movimento determina la loro adesione integrale all’ambiente di cui fanno parte.

«Le piante sono insomma inseparabili dal mondo che le accoglie: rappresentano la forma più intensa, radicale e paradigmatica dell’essere al mondo, perché intrattengono il legame più stretto ed elementare con il mondo, quasi una forma di assorbimento contemplativo privo di dissociazioni, una fusione e una coincidenza prive di separazioni».